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Rhedae

Paragrafo I

Alcuni documenti storici, i più antichi dei quali risalgono agli ultimi anni del VII secolo, e tra i quali figura un atto conservato nel Cartulario del Capcir, citano un territorio o meglio una diocesi situata in Settimania che si chiamava Rhedesium o Pagus Rhedensis. Questa diocesi aveva una capitale. Quale era il vero nome di questa capitale? Quale era la sua vera posizione geografica? A quale epoca risale la sua nascita?

Sul primo punto la risposta è facile. I due prelati che, nel 798, furono inviati da Carlomagno in Settimania come giudici-commissari, citano la città di Rhedae assieme a Narbonne e Carcassonne. Questo riferimento a Rhedae, classificata dai missi dominici al pari di città importanti, non ha bisogno di commenti. Si tratta certamente di una delle principali città della Settimania e non poteva che essere la capitale della diocesi alla quale aveva dato il nome. Besse, uno storico a cui ricorriamo sovente, è propenso a credere che, durante il VI secolo, i vescovi di Carcassonne, cacciati dalla loro sede dagli Ariani, stabilirono la loro residenza provvisoria a Rhedae. Questi elementi attestano, in epoca anteriore al VII secolo, non soltanto l'esistenza ma anche l'importanza della capitale del Rhedesium.

Ci resta da scoprire quale era la sua posizione geografica e l'epoca in cui fu fondata.

Nessuno storico ha fornito indicazioni sull'origine, l'importanza e il ruolo storico della città di Rhedae. La sua nascita è talmente misteriosa che sembra aver scoraggiato cronisti e archeologi.

Non le si è fatto l'onore di inventare una favola o un racconto leggendario per spiegare i suoi inizi. Le manca completamente quell'aura popolare, intrisa di meraviglioso, che avvolge la culla di alcune città della Gallia Narbonese, e in particolare di Carcassonne. Si direbbe che sia sorta all'improvviso e che sia stata scoperta soltanto alcuni secoli dopo la sua fondazione. La spiegazione di questo fenomeno storico la si può trovare nel fatto che la nascita della capitale del Rhedesium è posteriore all'occupazione romana e anteriore al formarsi del tessuto sociale che prese corpo nel Narbonese, immediatamente dopo la conquista dei Visigoti. Ciò spiega gli errori di vari commentatori, alcuni dei quali descrivono Rhedae come un oppidum d'origine gallica, mentre altri attribuiscono la sua fondazione ad una colonia romana.

Lo stesso errore è stato fatto da alcuni storici quando si è trattato di determinare il luogo esatto occupato dalla città di Rhedae. Alcuni hanno sostenuto che fosse situata nella regione di Chercorb o Kercobz, altri l'hanno localizzata a Rennes-les-Bains. Infine c'è chi ha ipotizzato che siano esistite due città con lo stesso nome nella Gallia Narbonese.

Noi cercheremo di fare luce in queste tenebre.

Nessun autore latino che abbia riportato la storia della conquista romana nella Gallia Narbonese ha mai citato né Rhedae, né il Rhedesium, né una diocesi con questo nome. Nella cronaca di Eusebio figura un passaggio dove l'autore si è limitato a parlare di un sobborgo col nome di Atax che pare sia stata la culla della città di Limoux. Du Mège, nei suoi commenti, formula in forma dubitativa un'ipotesi che non ci è possibile condividere. Secondo lui, alcuni centri abitati situati nella valle dell'Aude potrebbero avere un'origine gallo-ellenica, nel senso che, in seguito alla creazione di porti commerciali greci sul litorale mediterraneo, sarebbero state create in questa parte del Narbonese alcune colonie nelle quali coabitavano l'elemento indigeno e quello straniero. Non abbiamo intenzione di confutare in questa sede l'ipotesi formulata da Du Mège che non condividiamo affatto. Ci limiteremo a constatare che egli non cita Rhedae tra le località che, secondo lui, sarebbero di origine ellenica.

La fondazione di Rhedae è forse dovuta a quel ramo di volkes tettosagi che abitavano lungo il corso dell'Aude e che erano chiamati Atacini, dal nome del fiume Atax? Noi pensiamo di no. Questa popolazione sparsa su un territorio ingrato, in una regione coperta da vaste foreste di querce e di abeti, non avrebbe mai abbandonato le valli così propizie alle coltivazioni, che offrivano comodi ripari e che assicuravano condizioni di vita agevoli, grazie ai prodotti della caccia e della pesca. Non se ne sarebbe mai andata da questo territorio dove le comunicazioni erano facili e dove si poteva sfuggire agli attacchi dei distaccamenti degli eserciti romani, grazie alle grotte e alle caverne di cui il suolo era ricco. Gli Atacini non avrebbero avuto alcun vantaggio ad impiantare un oppidum, un villaggio o una città, su un altopiano che non offriva né un'esistenza facile, né sicurezza.

Abbiamo appena dimostrato che la città di Rhedae non fu fondata da una popolazione indigena, la tribù degli Atacini; che la sua nascita non fu dovuta nemmeno ad una colonia gallo-romana, e infine che essa non ebbe un'origine gallo-ellenica. Questa città fu costruita da stranieri, da invasori e conquistatori. Questi conquistatori non venivano dalle regioni del Nord; troppi ostacoli li avrebbero fermati durante il cammino, ed essi non avrebbero neanche provato a superare tali ostacoli per venire ad occupare un angolo di terra diseredato. Tutto prova, al contrario, che venissero da Sud, cioè dalle regioni Iberiche. E poiché la città di Rhedae esisteva al momento dell'invasione dei Saraceni, essa non può che essere stata fondata da coloro che li avevano preceduti lungo il cammino dell'invasione delle Gallie, cioè dai Visigoti. Siamo quindi propensi a sostenere che Rhedae fu, all'origine, un oppidum visigoto.

Forniremo qualche nuovo argomento a sostegno di questa asserzione.

Non c'è accordo sull'ortografia del primo nome di questa città. Théodulphe, uno dei missi dominici di Carlomagno, scriveva Rhedae. In numerose chartae medievali si trova Redae, poi Redde, e ancora Reddas, e infine Reda o Rheda. Noi adottiamo senza esitazione la versione del colto vescovo di Orléans; giacché il poema nel quale descrive la sua missione in Settimania equivale a ciò che oggi chiamiamo un rapporto ufficiale. In secondo luogo, la parola Rhedae ha un significato che le altre varianti non hanno. I romani - che i popoli moderni hanno preso, sotto questo aspetto, a modello - arricchivano la loro lingua appropriandosi di termini in uso nelle nazioni con cui essi avevano rapporti. Così, secondo gli autori latini, la parola significava carri da viaggio. Noi sposiamo questa traduzione e ne deduciamo che la parola Rhedae ha già in sé il suo significato e spiega chiaramente l'origine della città a cui dà il nome: Rhedae - i carri da viaggio - cioè un accampamento, delle case su ruote, disposte a distanze regolari, divenute dimore fisse in punti prestabiliti, e formanti un oppidum di legno, cuoio e tela, circondato da trincee. È la città ai suoi inizi, un'immensa arnia alla quale ogni abitante ha portato il suo alveolo. Nei suoi scritti sui tempi merovingi, Augustin Thierry ci dice che i carri dei Visigoti erano trainati da bufali. Avevano quattro ruote piene e molto basse [très-basses] e potevano passare su ogni terreno. Erano delle vere e proprie case su ruote, fatte di legno, cuoio e vimini. Questo grande storico aggiunge che per attraversare i fiumi, così come per risalire o seguire la corrente, i Visigoti si servivano di imbarcazioni fatte con un'intelaiatura di canne o di vimini ricoperte di cuoio e che potevano essere trasportate a spalla.

In quale punto si è scelto di fondare questo oppidum? All'estremità di un vasto altopiano che domina a nord e ad ovest i due passaggi che mettono in comunicazione il massiccio delle Corbières con i Pirenei.

Dal punto di vista strategico, la scelta della posizione per un accampamento trincerato, destinato a divenire un centro densamente popolato, non poteva essere migliore di questa.

Quasi inabbordabile su tre lati, l'accampamento poteva essere facilmente difeso a est, verso l'immensa pianura detta di Lauzet, sulla quale si poteva muovere un grande esercito.

I Visigoti avevano imparato dai loro nemici Romani la castrametazione, e la disposizione dell'accampamento di Rhedae ne è la prova.

Cercheremo ora di dimostrare perché i Visigoti decisero di stabilire il loro primo accampamento nel luogo che prese il nome di Rhedae.

Paragrafo II

Dopo aver oltrepassato il Summum Pyreneum dal passaggio della Cluse, oggi le Pertus, già attraversato da Annibale e che Pompeo aveva decorato con uno dei suoi trofei, i Visigoti si impossessarono, nel 404, della città di Collioure, Caucoliberis, e partirono alla conquista del Rossiglione, la regione che, alcuni secoli prima, aveva formato un territorio indipendente col nome di Pays des Sardons.

Una volta padroni del Rossiglione, poterono penetrare nella Gallia Narbonese da due strade.

Una, situata lungo il litorale, conduceva direttamente a Narbonne. L'altra, che saliva verso ovest, seguendo il corso del fiume Gly, attraversava per tutta la sua lunghezza il bacino compreso tra le ultime propaggini delle Corbières e i primi contrafforti dei Pirenei, e arrivava in quella regione montagnosa dove oggi inizia, con la Forêt des Fanges (1), il dipartimento dell'Aude.

Il primo di questi passaggi, ben difeso dalle postazioni militari dei Romani, doveva presentare una forte resistenza e poteva essere forzato soltanto da un esercito compatto e ben organizzato, tentando direttamente un attacco su Narbonne. Mentre concentravano a questo scopo le loro truppe migliori, i Visigoti tentarono di penetrare nelle Gallie anche su un altro fronte, a gruppi compatti. Questi gruppi non formavano un esercito, ma una folla omogenea, più o meno armata, che viaggiava con tende, carri e animali domestici. Questa marea umana seguì la catena delle Corbières che, dal capo di Leucate, arriva fino al picco di Bugarach, e si ritrovò all'estremità superiore del bacino del Rossiglione. Una volta arrivata, si divise in due tronconi uno dei quali seguì la valle della Boulzanne che va ad Axat, costeggiando il lato sud della Forêt des Fanges, mentre l'altro, raggiunse il passo di Saint-Louis, e seguendo la valle Arèse, spesso citata nelle antiche chartae col nome di valles arida, si diresse verso nord, attraverso quei lembi di territorio dove furono in seguito creati i villaggi di Saint-Louis e Saint-Just, e finì per arrivare in un'immensa pianura dove fu stabilito l'accampamento che divenne la città di Rhedae...

L'itinerario che abbiamo appena tracciato rappresenta uno degli aspetti più interessanti dell'invasione dei Visigoti nel Narbonese ed è il risultato di minuziose ricerche. Gli studi storici e i lavori di statistica generale hanno avuto, fin dall'inizio di questo secolo, degli adepti ferventi e coscienziosi nel dipartimento dei Pirenei Orientali. Una parte del dipartimento, che comprendeva il Capcir, la Corbière de Sournia, il Pays de Latour e la Contea di Fenouillèdes, era incluso nella diocesi di Alet. Dovendoci occupare del Rhedesium, che in seguito è stato completamente incluso nella diocesi di Alet, abbiamo dovuto ricercare tutti i documenti che riguardavano questa parte della provincia della Linguadoca. Pertanto, ci è capitato di consultare fruttuosamente i lavori di geografia antica e di archeologia relativi al dipartimento dei Pirenei Orientali. I confini tracciati dalle demarcazioni amministrative non devono essere considerati quando la ricerca concerne fatti storici importanti relativi ad un territorio oggi suddiviso in più parti, ma la cui unità è venuta a mancare da meno di un secolo. Di conseguenza, abbiamo dovuto abbracciare, in questo lavoro d'insieme, lo studio della storia di tutta la regione di Rhedae, senza preoccuparci dei dipartimenti ai quali oggi appartiene.

D'altra parte, abbiamo tenuto in considerazione il fatto che il campo della storia si allarga giorno dopo giorno. Oggi non ci si limita più a spulciare i libri e le cronache che parlano delle nazioni da tempo scomparse. Non ci si accontenta più di passare al vaglio dell'intelligenza le leggende e le tradizioni, per estrarne, semplicemente, la parte storica. Si esumano dal sottosuolo le vestigia del tempo passato; si studiano le rovine antiche, ciò che resta di castelli e fortezze la cui esistenza si perde nella notte dei tempi. La mente cerca di sondare i misteri della creazione di questi monumenti quasi scomparsi ma che la mano di Dio sembra aver conservato affinché ci raccontino non le leggende, ma la storia dei secoli.

Ecco gli elementi che ci sono serviti per ricostruire il passato del Rhedesium. L'itinerario seguito dall'invasione dei Visigoti è segnato dalle vestigia di fortezze che sembrano tanti segnali destinati a marcare il passaggio di questo popolo conquistatore. La creazione delle fortezze del Rhedesium spiega a sua volta la presenza di fortificazioni che, come sentinelle, erano destinate a sorvegliare la strada che conduceva da Rhedae in Iberia.

In un secondo momento, consacreremo uno studio a ciascuna di queste roccaforti che hanno avuto, nessuna esclusa, un ruolo importante nella storia. In questa prima parte del nostro lavoro, dedicata esclusivamente alla nascita della capitale del Rhedesium, ci limiteremo soltanto a segnalarle.

Paragrafo III

Dopo aver cercato di identificare la direzione seguita da una parte della nazione visigota nell'invasione della regione montagnosa della Gallia Narbonese, ci occuperemo dell'insediamento di questa popolazione nel luogo in cui si fermarono i carri da viaggio.

Dopo aver superato il passo di Saint-Louis, e aver raggiunto, come si è visto, gli altipiani che a nord dominano la valle Arèse e fronteggiano la Forêt des Fanges, si arriva ben presto in una grande pianura sabbiosa, coperta di bossi e brughiere che, dal villaggio di Bezu, si sviluppa su una superficie immensa e termina, verso ovest, dopo un percorso di otto dieci chilometri, ai piedi dello sperone su cui sorge il villaggio di Rennes-le-Château. Qui, il terreno si stringe tra due colline, una a sud completamente brulla, l'altra a nord dove sorge il villaggio.

Questo terreno pianeggiante è solcato da un ruscello che scorre da est verso ovest.

Questo ruscello, alimentato da una sorgente a portata intermittente, è quasi asciutto durante l'estate ma, in inverno, mette in movimento un mulino.

È in questo luogo che sorse l'accampamento visigoto, embrione di una potente città. Le prove abbondano nell'indicare esattamente il posto, ubi Troja fuit (2), come disse il poeta . Il rinvenimento di vestigia di sostruzioni sparpagliate nel sottosuolo, di embrici [briques à crochets (3)] e resti di vasellame, oltre a frammenti di armi ritrovati ad una certa profondità dalle zappe dei contadini, non lasciano alcun dubbio al riguardo. Recentemente, appena due anni fa, un abitante del villaggio di Rennes-le-Château, durante i lavori di scavo per la costruzione di un muro, scoprì una larga lastra di pietra che, una volta sollevata, portò alla luce una miriade di ossa umane. Era un ammasso di frammenti di scheletri delimitato sui quattro lati da larghe lastre di pietra. La profondità di questo ossario non poté essere verificata, poiché ci si affrettò a rimettere al loro posto la pietra che ne ricopriva l'orifizio, tanto è grande il rispetto delle nostre popolazioni per le sepolture. Il luogo dove avvenne questa scoperta si chiama, in dialetto, La Capello, la cappella.

Quindi in quel punto c'era un edificio religioso e un luogo di sepoltura, entrambi risalenti a tempi antichissimi.

Le prove a conferma della nostra ipotesi sull'origine visigota della città di Rhedae sono di diversi tipi.

In primo luogo, constatiamo la recente scoperta in un luogo detto Roquefumade, in prossimità di Rennes-le-Château, di numerose tombe isolate o raggruppate in fondo ad una valle e aventi tutte la stessa forma della sepoltura scoperta nel luogo detto La Capello, cioè composte da grandi lastre di pietra grezza giustapposte, e le cui pareti e il coperchio formavano un'imitazione delle tombe merovinge. Si tenga conto che l'erezione delle tombe merovinge presenti nel nord e nel centro della Francia risale ad un'epoca che corrisponde all'insediamento dei Visigoti nel Narbonese.

Abbiamo inoltre constatato, come indizio di un'origine visigota, la forma ovoidale delle fortificazioni che circondavano la fortezza racchiusa nel perimetro di Rhedae, ora sostituita dall'attuale villaggio. Infine, troviamo un'ultima prova nella similitudine che esiste tra la roccaforte di Rhedae e la città di Carcassonne.

Non è possibile precisare quale fu, all'origine, l'importanza dell'oppidum chiamato Rhedae. Tuttavia, possiamo supporre, in maniera piuttosto plausibile, che i suoi albori non furono modesti come quelli di alcune città e di altri agglomerati urbani che nel medioevo si chiamarono prima villariae, poi bastides, e che crebbero e si svilupparono dopo molto tempo e spesso in maniera molto limitata. In effetti, tutto concorre nel far supporre che l'accampamento dei Visigoti fu, fin da subito, una sede di grande importanza. In questo caso non si trattò di un pugno di avventurieri o di nomadi che piantarono i picchetti delle loro tende e che gettarono le basi di una città che metterà dei secoli a popolarsi. Non fu un tentativo di colonia su un suolo più o meno ospitale, col progetto di attirarvi degli abitanti. La città di Rhedae era popolata ancora prima della sua nascita. I carri da viaggio sono stati diretti in un punto scelto in precedenza, e le ruote di questi carri sono state, per così dire, inglobate dal terreno. I capi dei visigoti, che ci si figura come quei capi clan che comandano ai nostri giorni in Herzegovina o in Montenegro, hanno diretto le loro tribù verso quell'altopiano isolato, al centro del massiccio montuoso, e ci hanno piantato la punta delle loro spade per prenderne possesso. Questa conquista non ha alcuna analogia né con i metodi delle legioni romane che creavano delle colonie miste ma dove dominava l'elemento vincitore, né con l'invasione dei Vandali che avevano il solo scopo di depredare e distruggere. Era la migrazione di un popolo che trapiantava la sua vivace nazionalità sui resti della razza gallica, per fondare quella nazione gallo-gotica che resistette per così tanto tempo alla dominazione e poi alla potenza dei Franchi.

Paragrafo IV

La città di Rhedae, la capitale della diocesi Rhedensis, è nata. Quale sarà il suo ruolo nella storia del sud della Gallia?

È ciò che ora esamineremo.

Questo ruolo, nei primi anni di esistenza, fu sicuramente poco importante poiché durante il corso del V secolo i Visigoti, padroni di Tolosa, che era divenuta la loro capitale, avevano esteso le loro conquiste fino al Rodano e alla Loira.

Quale ruolo poteva quindi avere un oppidum situato in una regione che nessun nemico minacciava? Come presidio militare non era di grande utilità. Come agglomerato urbano era lungi dall'offrire le comodità di Carcassonne e di Narbonne, poco distanti. Fu forse, in questa prima fase di esistenza, soltanto un vasto insediamento metà accampamento, metà città, protetto da uno di quei sistemi primitivi di difesa fatti di terra e di assi piantate a mo' di piloni, e simile a quelle città improvvisate che nascono, ai giorni nostri, in certe contrade d'America.

Soltanto all'inizio del VI secolo l'oppidum di nome Rhedae si trasformò in un vero e proprio presidio militare.

Nel 507, dopo la battaglia di Vouillé, quando Clodoveo, ponendo la questione religiosa al servizio della sua ambizione, sconfisse i Visigoti col pretesto di combattere l'arianesimo, i destini della Gallia cambiarono radicalmente. La nazione visigota fu respinta ai piedi dei Pirenei e la Gallia fu sottomessa ai Franchi. I dominatori uscenti furono vinti dopo una lotta accanita. Nella vasta pianura che si estende tra Tolosa e Carcassonne ebbero luogo grandi battaglie; la prima di queste città era la metropoli e la seconda uno dei principali arsenali di Alarico II. L'anno successivo alla battaglia di Vouillé, nelle Corbières e nella Montagna-Nera si udirono spesso le eco del feroce grido di guerra dei soldati di Clodoveo rispondere agli incantesimi che, come un'antica melopea, si alzavano, all'ora del crepuscolo, dall'esercito visigoto. La montagna che porta il nome dello sfortunato re, la montagna di Alarico, situata nei pressi di Lagrasse, fu l'ultimo campo di battaglia difeso senza successo dalla nazione dei vinti; ma la lotta non era finita.

I Visigoti erano stati scacciati in Spagna ma mantenevano un piede in Gallia. Conservavano, oltre al Rossiglione, un lembo del Narbonese. Questo lembo era costituito da tutto il territorio che si estende a nord fino alla Montagna-Nera, a est fino al Rodano, a ovest fino al fiume Atax. Narbonne si trovava così al centro di questi possedimenti. Carcassonne era doppiamente una città di frontiera poiché difendeva i due punti estremi della Gotia a nord e ad ovest. Il regno dei Visigoti ebbe per capitale Toledo, la fiera città spagnola. Narbonne fu il capoluogo di questa nuova provincia che fu chiamata Settimania, e Carcassonne divenne la sede di una delle diocesi di questa provincia.

La fine della dominazione visigota nelle Gallie segnò l'inizio della potenza di Rhedae. Posta su un'altura che domina la riva destra del corso superiore dell'Aude e la valle della Salz che rappresenta la strada principale delle Corbières, questo oppidum acquisì, immediatamente, una grande importanza come guardiano delle marche e delle frontiere. I Visigoti ne fecero allora uno dei loro più importanti presidi militari.

Nel 563, in seguito alle guerre politiche e alle lotte religiose provocate dall'eresia dei Sabelliani, re Hilpéric, dopo aver spossessato due dei suoi fratelli, divenne il padrone di un vasto territorio che aveva come frontiere il corso dell'Aude dai Pirenei fino a Carcassonne, poi la Montagna-Nera e le Cévennes, e infine una linea che, partendo dalle Cévennes, raggiungeva il Mediterraneo in un punto vicino a Port d'Agde, che era sotto il controllo dei Visigoti. La provincia della Settimania si trovò molto ridimensionata dalla conquista del re franco.

È dunque evidente che, durante il corso del VI secolo, la Settimania era delimitata ad ovest dal fiume Atax e, di conseguenza, i capi visigoti dovettero approntare un sistema di difesa sulla riva destra del fiume. Rhedae divenne perciò un'importante città. Fu circondata di bastioni e dotata di due roccaforti. Fu uno dei baluardi della provincia e divenne il centro della regione, il capoluogo di una diocesi che portò il suo nome e che si chiamò Rhedesium.

Ma Rhedae non poteva restare un punto isolato ed occuparsi da sola della difesa di tutta la frontiera che andava da Carcassonne fino al cuore dei Pirenei. La riva del fiume si popolò di fortezze che dipendevano tutte da Rhedae.

Questi diversi presidi militari, difendendo i confini e i passi di montagna, formavano attorno a Rhedae una cintura invalicabile. Proteggevano il Rhedesium dalle rive dell'Aude fino alla diocesi di Narbonne.

Se si tiene conto della situazione dei Visigoti successivamente alle conquiste di Clodoveo, se si esamina attentamente l'energica resistenza che essi opposero durante il VI e VII secolo alle imprese dei re franchi, nel tentativo di mantenere il possesso di questo lembo di terra che si chiamò Settimania, si capisce l'importante ruolo che ebbe, in quest'epoca, la città di Rhedae così ben posizionata per la resistenza.

Se avessimo bisogno di un'altra prova per mettere la città di Rhedae tra le città importanti della provincia, la troveremmo in un passaggio del poema di Théodulphe che abbiamo citato:

"Inde revidentes te, Carcassonna, Rhedasque
Menibus inferimus nos, cito, Narbo tuis".

La città che il prelato aveva visitato due volte in veste di commissario dell'imperatore Carlomagno, e che era equiparata a Carcassonne, doveva occupare un posto importante in Settimania.

Paragrafo V

Ora ricostruiremo col pensiero Rhedae, presentandola ai lettori così come appariva nel VII secolo.

La città si sviluppava su una superficie comparabile a quella della città di Carcassonne all'interno della cinta delle mura. Era anch'essa circondata da una doppia cinta muraria. Ad ovest terminava in un precipizio che ne rendeva l'accesso impossibile. Sul lato nord era collegata da un forte pendio ad una fortezza che occupava la superficie dell'attuale villaggio, e che si chiamava Castrum Rhedarium o Castrum de Rhedae. Il lato est, il solo accessibile, fronteggiava una pianura immensa che si estendeva a perdita d'occhio e di cui la maggior parte forma ancora oggi una landa selvaggia coperta di bossi e brughiere. Una seconda fortezza, di cui non restano tracce, sorgeva sul lato sud, ad una distanza di cinquecento metri circa dai bastioni. Questa fortezza era costruita su uno sperone di marna rossa che ha un nome significativo. Questo sperone che domina la pianura circostante si chiama le Casteillas, termine dialettale che significa grande castello. Era separato dalla città da un profondo taglio del terreno che formava un grande fossato irregolare, nel quale si potevano convogliare le acque del ruscello che attraversa la pianura da est a ovest.

La città di Rhedae possedeva due chiese, una dedicata alla Santa Vergine, l'altra a San Giovanni Battista.

Si può calcolare all'incirca l'entità della popolazione sia civile che militare che risiedeva nella città e nelle due roccaforti, grazie ad un elemento di approssimazione fornitoci dalla tradizione locale che vuole che a Rhedae ci fossero quattordici banchi di macelleria.

In passato sono stati ritrovati frammenti di anfore e alcune medaglie latine in diversi punti del terreno dove, secondo noi, sorgeva la città. Questi ritrovamenti provano che è proprio sotto la dominazione visigota che essa aveva raggiunto il suo maggior sviluppo, nel VI e VII secolo. I resti delle sostruzioni trovate in diversi luoghi e la configurazione del terreno sono altresì forti elementi che dimostrano le dimensioni raggiunte da questa importante città.

Un convento di monaci che, secondo la tradizione, era dotato di un sistema difensivo, sorgeva vicino all'entrata della città, sul lato est.

Il Castrum di Rhedae, la roccaforte situata a nord della città, occupava tutta la piana sulla quale è costruito l'attuale villaggio che peraltro comprende grandi spazi verdi che rappresentano i due terzi della superficie del pianoro. Né il tempo, né la mano degli uomini hanno cambiato la forma di questa massa rocciosa che, tagliata e modellata in forma di tronco di cono, domina la pianura su tutti i lati. La base rocciosa che sosteneva i muri di cinta ha resistito all'azione dei secoli, e la regolarità della sua struttura prova che lavori diretti da uomini competenti sono venuti in aiuto alla natura nel rendere queste rocce lo zoccolo di una doppia cinta muraria. Gli antichi bastioni sono scomparsi, i fossati riempiti, ma si vede intatta questa colossale cornice di marna rocciosa che disegna l'ovale perfetto delle fortificazioni.

La roccaforte aveva due entrate, una ad est che dava sulla campagna, l'altra a sud che la metteva in diretto contatto con la città attraverso un forte pendio.

Così come le città romane, le città visigote, anche quando erano presidi militari, erano divise in quartieri designati in base alla loro specifica funzione. Quindi esse erano costituite da una o due città nella città, una o due roccaforti nella roccaforte. Ne troviamo un esempio nella città di Carcassonne. La roccaforte di Rhedae era nelle stesse condizioni. Era divisa in tre quartieri che esistono tuttora nell'attuale villaggio e che portano gli stessi nomi tradotti in dialetto. Il primo chiamato Castrum valens, sul lato est, si chiama oggi Castel de balent. Il secondo, situato a sud, si chiamava Castrum Salassum, oggi la Salasso. Infine, il terzo designato col nome di Capella , si chiama la Capello.

Il primo quartiere, chiamato Castrum valens, traeva il nome da una porta fortificata situata all'entrata della roccaforte sul lato est, cioè sul lato più esposto agli attacchi nemici, poiché fronteggiava la pianura. Visitando i luoghi, è facile ritrovare le tracce della fortezza del Castrum valens.

Quella che oggi chiamiamo la Salasso è una spianata, una aia per la trebbiatura del grano, una piattaforma che comunica sul lato sud, tramite una scarpata ripidissima, con la pianura dove era costruita la città. Raschiando il terreno a la Salasso si trovano strati di muratura che indicano che in quel punto esisteva un'altra fortezza - la cui esistenza è confermata dalla tradizione locale - che metteva in comunicazione la città con la roccaforte. Questa tradizione aggiunge che dopo la distruzione della città, la roccaforte, che era ben difesa, sopravvisse diversi secoli, e che la fortezza della Salasso, adibita a polveriera, si incendiò durante un assedio ed esplose causando la distruzione di un intero quartiere e di una parte dei bastioni.

Infine, si possono notare nel terzo quartiere chiamato la Capello le vestigia di un'antica chiesa.

Le fortificazioni che circondavano la roccaforte di Redhae non sono scomparse del tutto. In alcuni punti della vecchia cinta, la base di roccia viva che ancora resiste all'erosione, sostiene alcune porzioni di mura formate da pietre da taglio cubiche, a sei facce, che misurano 24 o 25 centimetri di lato. Una seconda cinta costruita con materiali simili, sorgeva ad alcuni passi dalla prima, ma se ne trova appena qualche traccia. È tutto quello che resta delle antiche fortificazioni della roccaforte visigota. La prima cinta è stata ricostruita dopo la guerra contro gli Albigesi, e una parte di queste nuove muraglie esiste ancora e si fonde, a tratti, con alcuni lembi dei bastioni visigoti.

Una sorgente sotteranea, a forma di cisterna, è alimentata da una falda inesauribile posta sotto i bastioni del lato nord.

Ecco il quadro offertoci, in passato, dalla roccaforte principale di Rhedae che, a causa della sua importanza, formava una seconda città accanto alla prima. La città alta dominava la città bassa e poteva difenderla e proteggerla efficacemente.

Per quanto riguarda la seconda fortezza che sorgeva sullo sperone che porta il nome di Casteillas, la tradizione non ha tramandato nulla. Sappiamo soltanto che al momento della distruzione di Rhedae, il nemico si impossessò prima di Casteillas e da questo punto elevato, diresse i suoi attacchi sulla città.

Paragrafo VI

Dopo aver brevemente illustrato la città di Rhedae nel VII secolo, con la sua roccaforte e il suo castellum o fortezza, ci resta da esaminare quale fu il ruolo della capitale del Rhedesium durante l'epoca visigota.

Il potere dei re visigoti, già molto indebolito dalla lotta contro Clodoveo, ricevette il colpo di grazia quando il vincitore di Tolbiac divenne padrone di Tolosa nel 508. Suo figlio Childebert continuò la guerra, ma non riuscì a respingere completamente i vincitori (4) al di là dei Pirenei. Non riuscì nemmeno ad attaccare Carcassonne che aveva resistito a Clodoveo. Ciononostante, gli eserciti del re franco accerchiarono i Visigoti i quali avrebbero finito per essere scacciati del tutto dalla Gallia se, dopo la morte di Alarico II - ucciso nella famosa battaglia che porta il suo nome - suo figlio Amalric non fosse stato prontamente soccorso da suo nonno Teodorico, re degli Ostrogoti. Il matrimonio del giovane Amalric con la principessa Clotilde, figlia di Clodoveo, mise fine a questa lunga guerra. Del loro antico regno nella Gallia Narbonese, i Visigoti conservarono soltanto la provincia della Settimania, e questa stessa provincia fu ridotta entro precisi confini.

È in quest'epoca (501) che la città di Redhae iniziò ad avere un ruolo importante. I Franchi avevano tolto ai Visigoti le città di Tolosa e Uzès. Tolosa era la metropoli della provincia di Gotia ed anche la capitale del regno. Il figlio di Alarico II, dopo aver trasferito la capitale a Toledo, scelse Narbonne come città metropolitana. Poi, siccome voleva che la provincia di Settimania conservasse sette città diocesane, fondò due nuove città per rimpiazzare Narbonne e Uzès. Scelse Elne e Rhedae; ma, in base ad un'usanza ereditata dai Romani, i nomi delle due nuove città furono cambiati nell'editto d'investitura. Mentre la città di Elne chiamata fino a quel momento Helena prese il nome di Civitas Elnensis, Rhedae fu chiamata Civitas Attacensis, la città del fiume Atax o del paese di Atax.

Gli storici hanno avuto solo una vaga intuizione di questo cambiamento di denominazione e, non riuscendo a mettersi d'accordo sul significato di Civitas Attacensis, hanno lasciato il problema insoluto. Catel e Besse, discutendo un passaggio di Scaliger, scartano una ad una le diverse interpretazioni fornite dai loro predecessori. Ammettono che non può trattarsi di Carcassonne che era da molto tempo una città di primo piano, né di Limoux che era lontana dal poter ambire ad un simile ruolo, ma non arrivano ad alcuna conclusione. Non hanno pensato a Rhedae che era di recente fondazione; e tuttavia è proprio la città di Rhedae che in questo editto porta il nome di Civitas Attacensis. Questa nostra affermazione è basata su diverse prove.

In primo luogo, Rhedae era il capoluogo di una vasta regione chiamata Pays de Rhédez. Inoltre, la città di Rhedae divenne in quell'epoca sede diocesana, poiché il Pays de Rhédez divenne una diocesi, termine mutuato dall'organizzazione amministrativa dei Romani che chiamavano così una sezione di provincia retta da un governo autonomo.

Quando re Reccared, dopo aver abiurato l'arianesimo, organizzò i vescovadi della Settimania, si rese necessario piazzare un vescovo a Rhedae, ma il prelato che occupava la sede di Carcassonne si oppose e ottenne di restare vescovo di Carcassonne e del Rhédez.

Quindi, a Rhedae si creò soltanto un arcidiaconato retto da un canonico di Carcassonne.

In ogni caso, l'idea di creare un vescovado distinto a Rhedae si realizzò più tardi. Al concilio tenuto a Narbonne nel 788, il vescovo di Elne, Wanedurius, pretese che la città di Rhedae, essendo città diocesana e capoluogo di una contea, avesse un suo vescovo specifico, invece di essere una dipendenza del vescovo di Carcassonne. Questa richiesta non fu accettata; ma in virtù di una decisione del concilio, la diocesi di Rhedae fu separata da quella di Carcassonne e unita, per le questioni spirituali, all'arcivescovado di Narbonne a causa dell'importanza del primate della Gallia.

Il vescovo di Carcassonne, del resto, aveva preso una decisione oculata quando sotto re Reccared aveva insistito affinché la diocesi di Rhedae restasse unita a quella di Carcassonne. Infatti, sotto il regno del re Wamba, nel 680, la sede episcopale di Carcassonne fu occupata da un vescovo ariano sostenuto da questo re, e il prelato ortodosso stabilì la sua residenza a Rhedae, da dove amministrava le due diocesi.

Paragrafo VII

Dopo aver esposto la situazione di Rhedae in campo religioso sotto i re visigoti, ci resta da esaminare il regime amministrativo a cui fu sottoposta la città e il suo territorio nella stessa epoca. Nei primi tempi successivi alla sua nascita, questa città guerriera fu posta sotto l'autorità del conte o console che era a capo della diocesi di Carcassonne e amministrata da un vice-console che portava il titolo di Vic Arius, da cui derivò più tardi il termine di Vicario. Una volta che questo centro urbano fu elevato al rango di città da re Amalric, la regione di Rhedae prese il titolo di contea ed ebbe come governatore militare e civile un conte o console.

Questa istituzione fu confermata verso la fine dell' VIII secolo da re Wamba quando riorganizzò le diocesi della Settimania e ne delimitò i confini.

La contea della diocesi di Rhedae confinava allora a sud con la diocesi di Urgel, a est con le diocesi di Elne e Narbonne e a nord con la contea di Carcassonne. Ad ovest, fungeva da frontiera poiché il fiume Atax la separava dal regno dei Franchi.

È meglio affrontare la questione della frontiera tra i due regni in maniera più ampia di quanto non l'abbiano fatto alcuni storici. Non era soltanto il corso dell'Atax a separare il territorio dei Franchi da quello dei Visigoti. Monsieur Cros-Mayrevieille, nella sua storia della contea di Carcassonne, ci informa infatti che i confini che separavano a nord e ad ovest il Carcassez dall'Aquitania terminavano con i forti di Cabardés e di Montréal che appartenevano ai Visigoti. Noi abbiamo forti elementi per credere che i castelli visigoti di Alayrac, Rouffiac e Cépie formassero la frontiera estrema, sulla riva sinistra dell'Aude nella contea di Carcassonne.

Per quanto riguarda la contea di Rhedae, essa era difesa sulla stessa riva del fiume dalle torri o castelli di Cornanel, Roquetaillade, Antugnac e Brenac che i re visigoti avevano costruito per difendersi dai temibili vicini. A partire dalla valle di Brenac che unisce le rive dell'Aude con il Pays-de-Sault, la frontiera del territorio dei Visigoti si dirigeva verso ovest, poi dirigendosi verso Belesta raggiungeva in Spagna il regno dei Goti. Il Pays-de-Sault, il Donazan e il Capcir si trovavano quindi inclusi per intero nella contea di Rhedae.

Questa era la situazione della diocesi di Rhedae quando l'invasione dei Saraceni pose fine al regno dei re visigoti in Settimania e cambiò i destini della città di Rhedae.

Paragrafo VIII

Accenneremo ora brevemente al destino di Rhedae durante il dominio dei Saraceni. Tutto lascia pensare che la città visigota fosse considerata dai nuovi conquistatori come una piazza-forte utile da conservare poiché essa difendeva i confini dei Pirenei. Era un punto strategico troppo ben situato per distruggerlo e abbandonarlo, perché assicurava le comunicazioni con la lunga linea di frontiera. Questa ipotesi è confermata dal fatto che i Saraceni avevano costruito sul passo di St-Louis, cioè a breve distanza da Rhedae, una potente fortezza di cui ancor oggi si vedono alcune rovine, che si chiamava Château des Maures (5), e che difendeva il percorso militare che andava dalla valle dell'Aude al Rossiglione.

Del resto, lo storico Marca afferma che, durante l'occupazione saracena, gli arcivescovi di Narbonne, cacciati dalla loro sede metropolitana, si rifugiarono nella città di Rhedae. Infine la tradizione ci viene in aiuto sostenendo che la suddetta città conservò, in quest'epoca, tutta la sua importanza; infatti essa ci informa che i Saraceni fondarono nei suoi dintorni alcune villariae e, tra le altre cose, un centro abitato oggi ridotto ad un modesto gruppetto di case poco distante da Rennes-le-Château che si chiama la Maurine.

Durante questo periodo di guerra permanente - che durante il VII secolo vide il Rhedaesium passare successivamente sotto il dominio visigoto e saraceno fino al giorno in cui Carlomagno se ne impadronì - la capitale di questa regione conservò tutta la sua importanza. Un fatto lo prova: nel 782 un censimento dei villaggi e delle terre del Rhedaesium appartenenti alla chiesa St-Just di Narbonne indica che questa regione non era più quella tebaide semi-deserta che, nei secoli precedenti, contava soltanto pochi abitanti e le cui capanne si raggruppavano sotto i muri delle fortezze. È vero che la città di Rhedae non figura nel censimento e che, nonostante il loro potere, gli arcivescovi di Narbonne non erano riusciti a far entrare nel novero dei loro possedimenti ecclesiastici l'antica città visigota. Essi potevano vantare soltanto un diritto di giurisdizione episcopale, diritto che fu consacrato da una decisione del concilio tenuto a Narbonne nel 788. D'altra parte, la trasformazione subita da questa regione con la nascita di numerosi centri abitati lascia pensare che la sua capitale fosse una città molto florida. Inoltre, le lunghe guerre che Pipino e Carlomagno dovettero combattere per respingere i Saraceni prima fino ai piedi dei Pirenei, poi al di là di questa barriera, rendevano necessario il mantenimento di una piazza-forte che fungesse da avamposto sulla frontiera con la Spagna. Infine, quando il grande imperatore consolidò il proprio potere, inviò messaggeri reali nelle città importanti della Settimania; questi missi dominici segnalarono Rhedae al rango delle città che meritavano, per così dire, il titolo di città reali.

Fu circa in quest'epoca che il Rhedesium fu smembrato in seguito ad una nuova organizzazione delle diocesi situate sui confini dei Pirenei e nelle contrade vicine. La regione di Fenouillèdes venne separata e formò una contea a sé stante. Il Rhedesium che era stato una diocesi importante fu ridotto ad una modesta contea posta sotto le dipendenze dei conti di Carcassonne. Il Pagus rhedensis conservò la sua autonomia ma non rappresentò più che un lembo di territorio che, nei secoli successivi, venne ulteriormente suddiviso.

Tuttavia, tutta la regione conservò la denominazione generica di Rhedesium, ma il Rhedesium, a partire da quest'epoca, fu soltanto ciò che nel linguaggio diplomatico moderno si chiama un'espressione geografica.

Paragrafo IX

Eccoci arrivati ad una fase cruciale dell'esistenza di Rhedae.

L'antica città visigota divenne una città comitale. Annessa alla contea di Barcellona ed unita ai possedimenti dei conti di Carcassonne, occupò un rango importante in uno di questi piccoli regni ricavati dal regno più grande. Poi, nel 957, il Rhedesium divenne un appannaggio distinto di Odon, figlio della principessa Ermessinde. Per un secolo, i successori di Odon o Eudes furono conti esclusivi della regione di Rhedae, e questo periodo segna la fase più eclatante dell'esistenza della città, divenuta residenza permanente di un signore sovrano. A quest'epoca, Rhedae ebbe un ruolo importante quasi quanto quello di Carcassonne. Non c'erano altre città rivali che potessero, sul territorio di cui era capitale, sottrarle la minima influenza. Limoux era soltanto un modesto borgo chiamato da Pierre de Vaux-Cerney: "Castrum limosun in territorio Redensi." Alet era la sede di un'importante abbazia, ma attorno ad essa c'era soltanto una villaria o villaggio. Anche Quillan era soltanto un piccolo villaggio incluso nei possedimenti degli arcivescovi di Narbonne. La città di Rhedae sfolgorava come un astro in mezzo alle castellanie, ai priorati, ai borghi e ai villaggi della regione. Questo fu l'apogeo della sua gloria; poiché tra le sue mura, alla corte dei suoi conti, si riunivano i signori feudali di Termes, Pierre-Pertuse, Castelpor, Puylaurens, Aniort, gli abati mitrati di Alet e di St-Polycarpe, i castellani di Carderone, di Castillon, di Arce, di Blanchefort, di Brenac e tanti altri che sarebbe troppo lungo enumerare. A Rhedae si riunivano frequentemente anche alcuni ricchi vassalli che aspiravano a diventare castellani, i rappresentanti dei monasteri di Cubière, di St-Martin-de-Lys ed i superiori dei priorati di Montazels, Espéraza, Luc, Arques e Couiza.

Paragrafo X

Il ruolo della città di Rhedae si ridusse a partire dalla metà dell'undicesimo secolo, come si ridusse anche il territorio che portava il suo nome. Raymond II fu il primo (6) dei conti esclusivi del Rhedesium. Dopo la sua morte, nel 1062, la contea fu nuovamente riunita a quella di Carcassonne.

Pochi anni dopo, il 6 [des nones (7)] dell'anno 1067, Ermengarde, figlia di Pierre Raymond, conte di Carcassonne, e suo marito Raymond Bernard visconte di Béziers e di Albi, vendettero a Raymond Roger conte di Barcellona e ad Almodis, sua moglie, la contea di Rhedae con tutti i suoi annessi. Ecco cosa riporta quest'atto: "Vendimus tibi totum commitatum de Rhedae eum omnibus suis pertinentibus, etipsos ambos castros de Rhedez...".

In questa vendita c'è un elemento molto significativo e sul quale non si sono soffermati né storici né cronisti: le parole ambos castros de Rhedez sono state tradotte i due castelli di Rhedae. Secondo noi, questa interpretazione è sbagliata. Infatti, nel testo di questa vendita, così chiaro e completo, si può notare che il suo oggetto non è, come in altri documenti ufficiali risalenti alla stessa epoca, la città di Rhedae propriamente detta. Quest'atto, nel quale tutto è minuziosamente dettagliato, non dice letteralmente: vendimus tibi civitatem de Rhedae.

Non è possibile che si sia trattato di una svista.

Di conseguenza la locuzione civitatem de Rhedae, che ci si aspetterebbe di trovare in questa vendita, è sostituita da un'altra locuzione più esplicita "ambos castros de Rhedae".

Ecco la spiegazione di questa variante, di questa nuova designazione.

Le parole ambos castros de Rhedae, significano le due città fortificate di Rhedae, cioè le due città gemelle, la città alta e la città bassa, così come due secoli dopo si è potuto dire della città di Carcassonne.

Non ci dilungheremo ancora su questo punto capitale che pone sotto una nuova luce la città di Rhedae.

Cercavamo delle prove per questa nostra tesi sulla configurazione di Rhedae, sull'esistenza simultanea della città visigota costruita in pianura e della sua fortezza costruita sullo sperone che, inserite all'interno di uno stesso insieme di fortificazioni, formavano due città in una sola città. La prova, eccola.
È nella vendita del 1067.

Ma questa vendita contiene molte altre cose. È, per così dire, l'armoriale di Rhedae, il segno della sua importanza visto che in quest'atto ufficiale che trasmette al conte di Barcellona la proprietà del Rhedesium, non si cita nessun'altra città, nessun'altro agglomerato urbano, nemmeno un borgo abbastanza importante per essere menzionato.

Quest'atto recita, dopo aver designato le due città fortificate di Rhedae: "Vendimus totos alios castellos qui in jam dicto comitatu sunt, et totas illrum castellanias in super, et totas abbatias... cum omnibus ecclesiis, villis, domibus et molendinis et molendariis...".

Questa vendita menziona anche dettagliatamente tutti i diritti feudali spettanti al titolo di conte di Rhedae. Questi diritti erano più che feudali, erano regali, e i conti di Rhedez avevano potuto marciare al pari dei conti di Carcassonne e di Barcellona.

Infine, quest'atto contiene una clausola finale relativa ai confini della contea.
Eccone il dettaglio:

Ad est la contea di Narbonne.
A sud, le contee del Rossiglione, del Conflent e della Cerdagne.
Ad ovest la contea di Tolosa.
A nord quella di Carcassonne.

Ciò dimostra che il Comitatis Rhedensis era molto più importante del Comitatus Carcassonnensis, visto che includeva nei suoi confini il Pays de Sault, il Donazan, il Pays de Fenouillèdes, il Pays de Pierre-Pertuze e il Pays de Termes.

Ciononostante, la maggior parte di questi territori formavano dei feudi indipendenti o possedimenti ecclesiastici e, in diverse parti del loro piccolo regno, i conti di Rhedae avevano soltanto un potere onorifico. Anche se esercitavano diritti sovrani come battere moneta, autorizzare fiere e mercati, amministrare la giustizia e farla amministrare dai loro vassalli tramite i loro ufficiali, il loro potere era spesso illusorio.

Paragrafo XI

In seguito alla vendita del 1067, il Rhedesium non fu più che un annesso della contea di Barcellona, e la città di Rhedae divenne un semplice fiorone della corona comitale. A questo motivo di ridimensionamento della città visigota, bisogna aggiungerne altri che furono la conseguenza dei gravi avvenimenti che interessarono la provincia verso la fine dell'undicesimo secolo. Numerosi signori ecclesiastici rifiutarono di sottomettersi ai signori secolari. Inoltre, l'elemento borghese si sviluppava nei centri abitati di una certa importanza. Infine alcuni potenti castellani si allearono per resistere all'autorità dei conti. Queste diverse circostanze favorirono, nel Rhedesium, lo sviluppo di alcune città che iniziarono a svolgere un ruolo importante a discapito di Rhedae. Limoux, da semplice borgo, tendeva a diventare la capitale della regione. Anche Alet, sotto l'influenza degli abati mitrati, si trasformò in una città che offriva i vantaggi di un luogo tra i più piacevoli. Infine Caudiès e Quillan non erano più dei modesti villaggi umilmente raggruppati ai piedi dei bastioni delle vecchie fortezze visigote. Rhedae perdeva ciò che guadagnavano queste città rivali meglio dotate sotto il profilo del suolo e del clima, in un'epoca in cui il gusto del lusso e del benessere si diffondeva nella classe più alta e nella borghesia. L'antico oppidum visigoto situato su un altopiano selvaggio non offriva nessuna comodità. Le acque vive, i fiori, gli alberi, le colture dell'orto erano assenti. Rhedae iniziò da questo momento a decadere dal suo rango.

Il potere dei conti di Barcellona sul Rhedesium fu di breve durata e la contessa Ermengarde rientrò ben presto in possesso del grande feudo che aveva alienato. Nella lotta che intraprese per riconquistare i suoi diritti, essa fu energicamente sostenuta dai suoi vassalli. Gli ufficiali preposti alla guardia delle città importanti si votarono con ardore alla sua causa, e la storia riporta che, nel 1080, Bertrand figlio di Pons, che comandava per lei nella città di Rhedae, giurò di imitare il comportamento del governatore di Carcassonne e di difendere fedelmente la città di Rhedae, le sue torri e le sue fortezze. Quattro anni dopo, Bertrand Aton, figlio di Ermengarde, prestava giuramento di fedeltà a sua madre per le due fortezze di Rhedae, pro ambi castris. Ancora la stessa qualifica della vendita del 1067. La città di Rhedae non era più la residenza dei conti.

Un governatore o vicario, vicarius comandava per loro. Non era più la sede di una corte, il luogo di riunione dei signori della regione, ma era sempre la capitale del Rhedesium, la piazza-forte che dominava la regione, e il suo possesso comportava il possesso di tutta la regione.

Durante la prima metà del dodicesimo secolo, Rhedae mantenne la propria importanza. Dopo Carcassonne, è sempre la prima città tra i possedimenti dei visconti. Dopo la morte di Bernard Aton, in seguito ad un accordo tra i suoi due figli, il Rhedesium divenne appannaggio del più giovane dei due fratelli, Raymond Trencavel (8), visconte di Béziers.

Otto anni dopo, nel 1150, un nuovo trattato affiderà a Trancavel civitatem que dicitur Rhedas et omnem regionem Redensem con omnibus castris et villis et fortitudinibus qui ibi sunt.

Raymond Trancavel ci teneva a conservare Rhedae per assicurarsi l'obbedienza dei signori della regione e affinché il suo potere fosse ospitato al riparo dei bastioni di questa antica città difesa da una folta guarnigione. È da lì che la sua autorità si irraggiava sui numerosi castellani del vicinato e sugli abati di Alet, così potenti e influenti. In quest'epoca a Rhedae era rappresentato da un vicario chiamato Pierre de Vilar, al quale regalò, come ricompensa per i suoi servigi, il villaggio di Coustaussa, situato di fronte a Rhedae, sulla riva destra della Salz.

La charta che riporta questa donazione è datata 1157. Vi si legge quanto segue:

"Dono tibi et infantibus tuis meam villam quae dicitur constantianum... ad castellum ibi faciendum."

Secondo questa charta, il villaggio era circondato da fortificazioni e Pierre de Vilar avrebbe dovuto costruirci un castello per completare il sistema di difesa. Il vicario del conte ottemperò a questa condizione.

Dalle rovine che esistono ancora oggi, ci si può fare un'idea di come apparisse quel castello a lavori terminati. Pierre de Vilar mostrò la sua riconoscenza al conte Roger (9) che gli aveva regalato questo importante feudo che comprendeva oltre al villaggio di Coustaussa anche un vasto territorio. Così quando il castello, che era in realtà una fortezza, fu edificato, Pierre de Vilar ne affidò il controllo ai numerosi signori come lui feudatari del Conte. Dom Vaissette cita un atto di giuramento, datato 1172, col quale Oton d'Aniort, Ugo de Carderone e Guillaume d'Arce giurano sui santi Vangeli nella chiesa di Limoux di conservare e di difendere il castello di Coustaussa, a beneficio del suo signore Pierre de Vilar, vicario di Rhedae, e del conte Roger de Béziers.

Il conte Roger aveva ricevuto a titolo di donazione nel 1158, da suo padre Raymond Trencavel, la città di Carcassonne e la città di Rhedae, civitas Rhedensis. Questa donazione fu confermata dal testamento di Raymond Trencavel. Questo testamento è in lingua romanza.

Pensiamo che sia di grande interesse citare un frammento di questo importante documento: "En R. Trencavel, per la graci de Deu vescoms de Bezers, ei fag mon testamen... et ei laïssado tota ma terra à Roihairet de Bezers... et daisso soun testimonis Jean Ratiers de Minerva, en Ratiers de Caussada, en Bertrand de Saixac, en Esteve de Serviès. Anno dominici MCLXX."

Un anno dopo, il conte Roger sposa Adélaïde, figlia del conte di Tolosa, e le assegna in dote il Rhedesium e la sua capitale, così come il borgo di Limoux: "Dono tibi Reddam eum toto comitatu Reddensi et burgum Limosum eum suis partinentibus." Quest'atto è l'ultimo omaggio reso alla città di Rhedae e rappresenta, secondo noi, l'atto di morte della capitale del Rhedesium. Successivamente a questo atto essa non sarà più chiamata amba castri de Rhedez, citivas Rhedensis e nemmeno Rhedae che aveva un significato particolare, al plurale, come per designare due città in una stessa città, la città alta e la città bassa. Sarà chiamata Rheda, la città, cioè una sola città.

Dalla lettura di quest'atto si può presumere che l'antica città visigota fosse stata smembrata. Diversi fatti storici, che citeremo succintamente, corroborano l'ipotesi che la città bassa, la grande città costruita nella pianura fosse scomparsa, che dell'antica Rhedae non restasse che la sua roccaforte, la città alta.

Paragrafo XII

Da quando nel 1067 la contessa Ermengarde aveva venduto il Rhedesium a Raymond Roger I e sua moglie Almodis, al prezzo di 1.100 once d'oro, i conti di Barcellona avevano mantenuto i loro diritti su questo territorio. Ma per quasi un secolo non poterono esercitarli perché la contea di Barcellona era separata dal Rhedesium dalla contea del Rossiglione, la Cerdagne e il Conflent; per questo motivo i conti di Barcellona e i conti del Rossiglione erano spesso in lotta tra loro per il possesso del Vallespir, del Pays de Bézalu e di una parte del litorale. Il Rhedesium, anziché ingrandire le proprietà dei signori di Barcellona, avrebbe potuto tornare utile anche ai loro temibili vicini, i signori del Rossiglione. Questo stato di cose durò fino a quando Alfonso II, re di Aragona e conte di Barcellona, divenne abbastanza potente da rivendicare i suoi diritti sul Rhedesium. Gli annali del Rossiglione hanno conservato il ricordo di questo fatto storico. Alfonso II divenne conte del Rossiglione in virtù di un testamento datato 4 [des nones (10)] luglio 1172, col quale Gérard, figlio di Gausfred II, signore della contea lo nominò suo erede, benché non ne avesse alcun diritto, così come dichiarava lo stesso testatore. La barriera che separava la contea di Barcellona dal Rhedesium non esisteva più. Una volta padrone del Rossiglione, Alfonso II poté realizzare i suoi ambiziosi progetti.

Era già in guerra con Raymond V conte di Tolosa, e fin dall'inizio della guerra aveva portato dalla sua parte, volente o nolente, Roger II conte di Béziers, del Carcassez e del Rhedesium. Si può riscontrare una certa confusione nelle cronache degli storici in merito al ruolo di quest'ultimo nella lotta tra i suoi due potenti vicini. Non abbiamo la pretenzione di portare la luce in queste tenebre. Ci limiteremo a constatare che poco tempo dopo essere stato, nel 1167, alleato del re di Aragona, il visconte di Béziers dovette schierarsi con il conte di Tolosa, poiché due importanti atti testimoniano il perfetto accordo che esisteva tra i due nel 1171. Il primo atto è la promessa, sotto forma di giuramento, con la quale il conte di Tolosa si impegna a prestare aiuto e protezione a Roger. Il secondo è il matrimonio di Roger con Adélaïde, figlia del conte Raymond. Siamo quindi propensi a credere che il re di Aragona avesse già, a quest'epoca, rivolto le armi contro il visconte Roger e aveva invaso il Rhedesium per conquistarlo.

La distruzione di Rhedae risale a quest'epoca. È nel 1170 o 1171 che l'antica città visigota soccombette sotto i colpi del re di Aragona. Ma se la città propriamente detta fu completamente rasa al suolo, la roccaforte restò in piedi, dominando con la sua massa imponente tutta la regione. Ecco perché il visconte Roger, nelle clausole del suo contratto di matrimonio con la contessa Adélaïde, non poté assegnarle altro che Rhedam, la roccaforte, la città fortificata con le terre ad essa annesse. Non ne faremo ora una nuova descrizione ma essa era talmente fortificata e situata in una posizione così vantaggiosa che avrebbe potuto resistere, più tardi, agli attacchi di Simon de Montfort, se fosse stata dotata di truppe sufficienti a difenderla.

Pare che re Alfonso II non ricavò dalla sua conquista i benefici attesi. Aveva devastato tutta la regione, si era impadronito della città di Rhedae e l'aveva distrutta, ma il suo potere nel Rhedesium non si consolidò mai. Abbiamo visto, infatti, che nel 1171, il conte Roger assegnò alla contessa Adélaïde Reddam cum toto comitatu Reddensi. Egli protestò contro l'invasione spagnola e fu sostenuto dai suoi vassalli.

In quest'epoca Pierre de VILAR, che non aveva potuto difendere Rhedae perché non possedeva forze sufficienti, formò una lega con numerosi signori della regione che giurarono, sui santi Vangeli, di difendere il castello di Coustaussa, di cui VILAR era feudatario.

Pons d'Amely, abate di Alet, approntò le difese restaurando il castello, antica fortezza visigota, e circondando la città di bastioni e fortificazioni.

L'arcivescovo di Narbonne, che possedeva Quillan e diversi altri borghi e villaggi del vicinato, resistette alle pretese del re di Aragona.

Il signore di Termes dotò di sistemi di difesa i castelli di Auriac, Albières e i villaggi vicini del Rhedesium.

Alfonso II era realmente il padrone della parte del Rhedesium più vicina al Rossiglione. Occupava i castelli di Pierre-Pertuze, di Quéribus e le loro dipendenze. Aveva in suo potere le fortezze create dai Visigoti, Castel-Fizel, Puylaurens, nel Pays de Fenouillèdes, così come il castello di Fenouillet che era a capo di questa contea. Infine, possedeva il territorio che si estende fino alla valle dell'Aude da una lato e fino alla valle della Salz dall'altro; ed è sulla confluenza di questi due fiumi, nel punto oggi occupato dal castello di Couiza, che si trovava il confine delle sue conquiste. Esiste, infatti, di fronte a questo castello, un ammasso roccioso che forma un piano inclinato la cui base è immersa nell'Aude, e che si innalza come una cresta colossale fino ad un punto culminante che domina la valle.

Questa base di marna rocciosa che si direbbe tagliata dalla mano dell'uomo si chiama roc de France e la tradizione afferma che un tempo, sulla superficie rugosa della roccia, si poteva vedere una mano gigantesca che era, si diceva, un segno araldico che rappresentava lo stemma di Aragona.

Alla stessa epoca della conquista di quella parte del Rhedesium risale la costruzione di torri da guerra e di torri di avvistamento che in altri tempi si potevano notare nella regione e di cui restano poche tracce. Gli studiosi catalani sono concordi nel dire che queste torri, un tempo numerose in alcuni punti, erano opera dei re aragonesi. Alcune, chiamate torri da guerra, erano situate nelle zone di confine e nei passi; altre, chiamate torri di avvistamento, erano situate sulle vette delle montagne. Quando Alfonso II distrusse la città di Rhedae, rasò al suolo le fortificazioni e risparmiò soltanto due torri presenti sulla cinta muraria sul lato sud e sul lato ovest. Una di queste fu trasformata in mulino a vento da uno dei signori di Rennes-le-Château in un'epoca relativamente recente. La posizione di queste torri ci ha permesso di determinare, approssimativamente, la superficie occupata dalla città visigota.

Paragrafo XIII

Esamineremo ora rapidamente le cause che facilitarono la presa e la distruzione di Rhedae. Verso l'inizio del dodicesimo secolo questa città tendeva a spopolarsi, a vantaggio di Limoux e Alet. Le guerre in Terra-Santa le diedero, per così dire, il colpo finale. Sguarnita di truppe, con una popolazione insufficiente, essa venne trascurata e abbandonata dai conti ai quali apparteneva. Costoro trovarono forse troppo costosa la manutenzione delle fortificazioni di questa vasta città la cui linea perimetrale era molto estesa. Del resto, occupando ormai soltanto un ruolo secondario come piazza-forte, essa non poteva essere di grande aiuto nella difesa del potere dei conti sovrani. Tutto lascia quindi presumere che fosse praticamente indifesa quando il re d'Aragona l'attaccò. Forse era stata disertata anche dagli ufficiali del conte Roger che avevano concentrato le loro forze e i loro mezzi di resistenza nella roccaforte, nella città alta, che non cadde in mano alle truppe aragonesi. La tradizione si è impadronita di questo grande evento storico, benché in maniera assai vaga.

Si racconta che un grosso esercito proveniente dalla Spagna si impadronì del Casteillas - il forte distaccato di cui abbiamo parlato che proteggeva l'entrata di Rhedae sul lato sud - e che una volta padrone del Casteillas questo esercito attaccò e distrusse la città situata in pianura.

Se ci fossero ancora dubbi sul fatto storico che abbiamo riportato, se alcuni lettori persistessero nel condividere l'opinione di alcuni storici che sostengono che la città di Rhedae fu distrutta nel 1220 durante la guerra contro gli Albigesi, potremmo citare, a sostegno della nostra ipotesi, una prova che ci pare definitiva. È un atto del mese di agosto 1185, con il quale il visconte Roger diede in feudo ad uno dei suoi più alti ufficiali, il castello di Rhedae, castrum de reddas.

Quindi, visto che non si dà in feudo una città importante, capitale di una contea, quest'atto prova che a quella data la città non esisteva più. Anche se la roccaforte di Rhedae aveva resistito ad Alfonso II, la regione del Rhedesium fu smembrata.

Esiste, infatti, un atto d'infeudazione del re d'Aragona, risalente al 1193, tre anni prima della sua morte, a favore del conte di Foix che ottenne il Pays de Pierre-Pertuze, la contea di Fenouillèdes e le relative dipendenze. Questo documento prova che il Rhedesium non esisteva più.

Possiamo quindi scrivere a questo punto: Finis Rhedesii. Potremmo anche scrivere: Finis Rhedarum; perché in realtà, l'antico oppidum visigoto, la città gemella di Rhedae che aveva svolto un ruolo importante nella storia per più di cinque secoli, non esiste più, ma la sua roccaforte esiste ancora e ne seguiremo le brevi fasi della sua esistenza, o meglio, delle sue trasformazioni.

Paragrafo XIV

Il tredicesimo secolo inizia con la guerra contro gli Albigesi. La storia non attribuisce alcun ruolo al castrum de Rhedae mentre invece menziona l'assedio del vicino castello di Coustaussa. È vero che il castello di Coustaussa dominava la valle della Salz che, dai bordi dell'Aude, conduce nelle Corbières, e che questo castello ostacolava la marcia dei crociati sia sul fondo della valle sia sugli altipiani. È vero che una manciata di uomini poteva bastare a difendere Coustaussa, mentre per difendere la lunga cinta dei bastioni di Rhedae sarebbe stato necessario impiegare una folta guarnigione; le sue fortificazioni, del resto, avevano sicuramente sofferto al momento della distruzione della città bassa. Forse una parte di queste fortificazioni era stata perfino distrutta e Guillaume d'Assalit che era in quel tempo vicario del Rhedesium, non poté disporre dei mezzi necessari per rimettere in sesto l'antica roccaforte. In ogni caso, pare che Rhedae non fosse in grado di difendersi e che non oppose alcuna resistenza agli eserciti dei Crociati. Ciononostante, non esitiamo a credere che le truppe di Simon de Montfort se ne impadronirono e - poiché era un presidio militare che bisognava armare o distruggere per difenderlo o per impedire che diventasse un centro di resistenza in mano al giovane visconte di Béziers e dei suoi alleati - fu smantellato e distrutto. Il castrum di Rhedae, l'antica roccaforte, che era ancora capitale della regione, quando la crociata terminò la sua opera, diventò un modesto borgo. I suoi bastioni e le sue torri furono rase al suolo e se la tradizione locale non sbaglia, soltanto una parte delle sue fortificazioni restò in piedi, il castrum salassum o turris salassa, il mastio rivolto a sud, la torre della Salasse che fu successivamente convertita in polveriera.

Esiste, del resto, un atto ufficiale che prova a quale modesto ruolo fu ridotta Rhedae dopo la conquista dei Crociati. Non viene più chiamata civitas, città, né castrum, città fortificata. Ma la si designa col termine di villa, cioè borgo o cittadina. Leggiamo, infatti, in una charta del 1231, un'enumerazione di città, villaggi e castelli che formavano l'assegnato di Pierre de Voisins, siniscalco di Simon de Montfort.

In questa enumerazione Rhedae figura nella seguente rubrica:

"Villam de redde pro XXV libris ae IV sols."

Il borgo di Rhedae era valutato allo stesso prezzo di Burgaragium, Bugarach, un po' al di sopra del valore di Cousanum, Couiza e di Caderona, Caderone.

Il nipote di Pierre de VOISINS, Pierre II de VOISINS, siniscalco di Carcassonne, rafforzò le difese di Rhedae. Rialzò le fortificazioni, ristabilì la doppia cinta di mura, anche se non ritenne necessario ricostruire il castello che difendeva la roccaforte sul lato est e che era chiamato castrum valens, ma fece fortificare il castello che esiste tuttora e che ha dato l'attuale nome a Rennes-le-Château.

Questo castello non fu soltanto un forte come fu il castrum valens: fu una fortezza munita di tutti i mezzi di difesa ma anche una residenza aristocratica. Questo maniero fortificato, fiancheggiato da torri, alcune a base quadrate, altre a base rotonda, aveva un'architettura semplice del tutto sprovvista di ornamenti. Un vasto porticato (11) lo precedeva sul lato est; sugli altri due lati era delimitato da una corte e da un giardino realizzato probabilmente sul terreno un tempo occupato dai fossati.

La facciata, sul lato nord, si confondeva con la linea delle mura della seconda cinta.

Rhedae acquistò quindi una certa importanza come capoluogo di una potente castellania. Questa cittadina possedeva una popolazione abbastanza numerosa, giacché tutta la superficie dell'altopiano era coperta di abitazioni. C'erano due chiese, una dedicata a San Pietro e l'altra, che esiste ancora, a Santa Maria-Maddalena.

Esaminando attentamente le rare vestigia delle fortificazioni di Rhedae si possono notare frammenti di muratura di quest'epoca fuse, per così dire, ai resti delle mura costruite dai Visigoti.

Il restauro di Rhedae, voluto da Pierre II de Voisins, non fu un fatto isolato nella regione. La storia ci insegna che dopo la guerra contro gli Albigesi, i nuovi proprietari dei terreni, così come quei nobili che rientrarono in possesso delle loro vecchie signorie, ricostruirono i castelli che erano stati distrutti. Tutti i castellani volevano premunirsi contro i pericoli di un'eventuale nuova guerra e anche contro gli attacchi delle numerose truppe di briganti e di banditi che infestavano la regione.

I successori di Pierre de Voisins mantennero le capacità difensive di Rhedae.

Uno di loro, Pierre III, trasformò, verso il 1360, il mastio della Salasse in polveriera. A quel tempo, le orde di briganti devastavano la provincia della Linguadoca, saccheggiando e incendiando le città, i villaggi e i castelli.

Come se non bastasse, nel 1361 la peste si abbatté sulla regione spopolando quasi completamente i villaggi. La regione iniziava a riprendersi da queste terribili prove, quando un corpo di spagnoli e catalani, che avevano attraversato la frontiera con il conte di Trastamarre si abbatté su Rossiglione e sulla Linguadoca. Tutti i baroni della regione presero le armi contro questi terribili invasori.

Pierre III de Voisins, signore di Rhedae, dominus le Reddis, così come si faceva chiamare, si mise alla testa di un esercito e avanzò nella regione di Fenouillèdes per arrestare l'avanzata dei nemici ma fu sconfitto e non riuscì ad opporsi al loro passaggio. Obbligato a battere in ritirata, Pierre de Voisins si rifugiò nella roccaforte de Rhedae e si preparò a difenderla.

L'esercito spagnolo o piuttosto quella masnada di banditi che in tutta la regione si abbandonava ad atti di atroce crudeltà, devastò la regione di Fenouillèdes, la regione di Pierre-Pertuze, e lasciò, nella primavera dell'anno 1362, gli altopiani delle Corbières per scendere verso la valle dell'Aude. I capi di questi banditi, che avevano già combattuto contro Pierre de Voisins, decisero di impadronirsi della città fortificata di Rhedae e la assediarono.

La tradizione di questo evento memorabile si è conservata per cinquecento anni nel modesto villaggio che sorge dove un tempo c'era Rhedae. Qui ci limiteremo a trascriverla quasi alla lettera:

"Una truppa molto numerosa di banditi catalani, provenienti dalle Corbières, arrivò un giorno davanti a Rhedae dalla strada che porta alla frazione di Patiassés (situato tra Rennes-les-Bains e Rennes-le-Château). Incendiarono, dopo averlo saccheggiato, un grosso convento fortificato che si trovava vicino all'entrata della città, sul lato est, nel luogo detto della Foun de l'Aoussi. Le rovine del convento esistevano ancora alla fine del secolo scorso. La città oppose una forte resistenza ma finì per soccombere davanti a un nemico che disponeva di forze superiori e che era munito di artiglieria. La polveriera della Salasse fu incendiata e una grande breccia fu praticata nelle mura della città che fu così di facile conquista per gli assalitori. Costoro, padroni della piazza, rasero al suolo le fortificazioni, distrussero la chiesa di San Pietro e resero Rhedae un cumulo di macerie. Il maniero e poche abitazioni sopravvissero al disastro."

A riprova dell'autenticità di questo racconto, gli anziani di Rennes-le-Château raccontano che furono ritrovati, in diverse riprese, nella pianura che si estende sotto al villaggio, frammenti di armi e di palle di cannone di piccolo calibro.

Così finì, nel 1362, la città di Rhedae; e il modesto villaggio che fu costruito al suo posto e che ricopre appena un terzo della superficie che occupava la vecchia roccaforte, non ha nemmeno conservato il nome storico di Rhedae; si chiama Rennes-le-Château. Poi, quasi a voler ispessire il velo di oblio sulla città visigota, la regione di cui era stata la capitale, il Rhedesium o il pays de Rhedae, perse ugualmente il suo nome. La si chiamò Haut-Razès e formò uno dei territori che andarono a comporre la vasta diocesi di Alet.

Tavola cronologica

Sotto i re visigoti il Razès fu amministrato da vicari e poi da conti che erano i governanti militari nominati dal sovrano residente a Toledo.

Dipendevano direttamente sia dalla corona sia dai Duchi di Settimania che avevano il comando supremo della provincia. La storia non ci ha lasciato i nomi dei vicari e dei conti del Razès.

Ci limiteremo quindi ad indicare, alla fine di questo studio su Rhedae, i nomi, in ordine cronologico, dei conti e visconti che hanno posseduto la contea, da Carlomagno fino alla conquista di Simon de MONTFORT.

I. Guillaume, nominato da Carlomagno, nel 781

II. Béra I, figlio di Guillaume 796

III. Argila, figlio di Béra 840

IV. Béra II, figlio di Argila 845

La contea passò nell' 870 alla casa comitale di Carcassonne e divenne l'appannaggio del ramo cadetto.

V. Acfred I, fratello di Oliba II, conte di Carcassonne 870

VI. Bencion, figlio di Oliba II 902

VII. Acfred II, fratello di Bencion 928

VIII. Arsinde, figlia di Acfred II, sposata con Arnaud, conte di Couserans 960

IX. Eudes, figlio di Arnaud e Arsinde 1005

X. Arnaud, figlio di Eudes 1017

XI. Raymond I, figlio di Arnaud 1030

XII. Raymond II, figlio di Raymond I e della contessa Béliarde 1052

La contea passa ad un ramo collaterale rappresentato dai discendenti diretti di Roger I, figlio di Arnaud e Arsinde, che era il conte di Carcassonne e di Couserans.

XIII. Ermengarde, nipote di Roger I, detto Roger-il-Vecchio, eredita, nel 1060, la contea del Razès lasciatagli da suo fratello Oton, e la vende nel 1067 ad un suo parente, il conte di Barcellona. Il casato di Barcellona diede quindi due conti al Razès, e cioè:

XIV. Raymond-Béranger I 1067

XV. Raymond-Béranger II, suo figlio, che morì assassinato nel 1080, lasciando un figlio in tenera età. Approfittando delle divisioni e delle lotte che seguirono questo tragico avvenimento, Ermengarde riprese possesso del Razès in qualità di viscontessa, e fu sostenuta dai nobili della regione che non volevano subire la dominazione di un principe straniero come il conte di Barcellona.

XVI. Bernard ATON, figlio di Ermengarde 1090

Bernard ATON e la contessa Cécile, sua moglie, dovettero rinunciare ai titoli ereditari delle loro famiglie e accontentarsi della qualifica di visconte e viscontessa del Razès.

XVII. Roger, primogenito di Bernard ATON e della viscontessa Cécile, diventa visconte di Carcassonne e del Razès 1130

Riprende il titolo di visconte.

XVIII. Raymond TRENCAVEL , secondo figlio di Bernard ATON, succede a suo fratello 1149

XIX. Roger-Raymond, suo figlio, visconte del Razès 1170

XX. Raymond-Roger, suo figlio, visconte di Béziers e del Razès 1202

Muore il 10 novembre 1209, all'età di 24 anni, prigioniero di Simon de MONTFORT, in una delle torri del palazzo del conte di Carcassonne.

XXI. Raymond TRENCAVEL, che aveva soltanto due anni al momento della morte di suo fratello Raymond Roger, riuscì a riconquistare i propri domini a Amaury de MONTFORT nel 1228. In seguito ad un trattato con il re di Francia, la contea del Razès fu riunita alla corona.

Traduzione di Roberto Gramolini

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(1) Letteralmente la "Foresta dei fanghi"

(2) "Dove fu Troia", dall'Eneide di Virgilio, libro III, verso 11.

(3) "Brique à crochets" non è presente nei numerosi vocabolari, anche storici, da me consultati. Esiste però "tuile à crochets", ovvero "tegola romana", "embrice", che in questo contesto potrebbe essere una traduzione appropriata.

(4) È evidente che "vincitori" è un refuso, probabilmente da sostituire con "visigoti".

(5) "Castello dei Mori"

(6) In base al senso dovrebbe essere invece "l'ultimo".

(7) Le "none" indicavano nel calendario romano il settimo giorno dei mesi di marzo, maggio, luglio e ottobre, e il quinto giorno degli altri mesi, cioè sempre il nono giorno prima delle idi.Qui manca il mese e per di più si indica il giorno 6.

(8) Più avanti "Trancavel". Entrambe le versioni sono storicamente attestate.

(9) Poco più sopra si dice che fu Raymond Trancavel, ovvero il padre di Roger, ad aver sottoscritto la donazione.

(10) Vedi nota 7. Qui il mese è indicato ma il giorno è il 4.

(11) In francese "préau" significa "cortile coperto", "porticato", "spazio scoperto all'interno di un chiostro". Etimologicamente deriva dal latino "pratellum" ma il significato di "praticello" era desueto già nel XIX secolo. Tutta la frase è piuttosto imprecisa. Anche con una mappa del castello è difficile identificare le descrizioni di Fédié.

Louis Fédié, "Rhedae" in Le Comté de Razès et le diocèse d'Alet, 1880.

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